Della musica e dei suoi magici poteri

Cassetta musicale
Foto: Pexels / Pixabay | Ehi Signor D.J. / Metti su un disco che voglio ballare con il mio amore …/ Non penso a ieri / e non guardo l’orologio / Mi piace ballare il boogie-woogie / è come essere trascinati dal vento / senza mai andar via / Tocca tutto ciò che mi piace / Devo ascoltarla ogni giorno … La musica fa incontrare le persone / La musica unisce la borghesia e il ribelle (Madonna, “Music”, 2000)

Oggi voglio condividere un po’ di pensieri sparsi su un argomento a me particolarmente caro: la musica e le sue qualità terapeutiche. L’articolo è stato ispirato dal video che trovate qui sotto in cui il famoso neurologo Oliver Sacks spiega quanto la musica sia un magnifico strumento di stimolazione e comunicazione per le persone con Alzheimer e altre demenze anche quando la malattia è agli stadi più avanzati:

Uno dei concetti chiave a cui accenna il Dott. Sacks in questo video è il fatto che la musica riesce a riconnetterci con  ricordi e parti della nostra identità che sembrano altrimenti inaccessibili:

E’ sorprendente vedere persone che sono assenti o cupe reagire immediatamente a un musicoterapista o a una canzone che conoscono… All’inizio sorridono, poi in qualche modo seguono il ritmo e poi ne vengono coinvolte e in qualche modo riconquistano quel periodo della loro vita e quell’identità che avevano quando hanno ascoltato quella canzone per la prima volta…”

Chi ha visto il documentario “Alive Inside” (2014), dedicato a un progetto che si prefiggeva di includere la musicoterapia utilizzando dei semplici iPod all’interno di strutture residenziali per anziani negli Stati Uniti, ha avuto modo di vedere con i propri occhi la bellissima reazione di cui parla il Dott. Sacks. Una delle più belle testimonianze riportate nel documentario raccolte dal regista e assistente sociale Dan Cohen riporta l’esperienza di Henry, ammalato di Alzheimer e ricoverato in una struttura residenziale da 10 anni. Nel video qui sotto potete vedere dapprima Henry apparentemente “scollegato” dall’ambiente circostante e poi, una volta indossato un iPod, lo vedrete completamente “risvegliato” e felice di riscoprirsi attraverso una delle sue canzoni preferite della sua gioventù:

Per spiegare il meccanismo che fa della musica un prezioso portale di accesso al nostro sé profondo, nel suo libro “Musicofilia” edito da Adelphi (2008), Oliver Sacks cita una frase di Schopenhauer che considerava la musica come un linguaggio universale:

La profondità inesprimibile della musica, così semplice da comprendere e allo stesso tempo inspiegabile, è dovuta al fatto che riproduce tutte le nostre emozioni più intime del nostro essere, ma in maniera completamente estranea alla nostra realtà e alla sua sofferenza… La musica esprime solo la quintessenza della vita e i suoi avvenimenti, mai gli eventi stessi” (Musicophilia, 2007, p. xi).

Non a caso, uno studio del 2009 dell’Università Davis in California ha scoperto che l’area cerebrale che racchiude i nostri ricordi e collega la musica alle emozioni è l’ultima parte del cervello che si atrofizza quando ci si ammala di Alzheimer. Come dire che fino all’ultimo, anche quando la malattia in apparenza ha compromesso tutto ciò che per noi non-malati è indicativo di un’identità o di una soggettività, si racchiude un nucleo di cellule e sensazioni che si rianimano al ritmo di musica.

La connessione tra musica, ricordi e capacità cognitive

Se penso alla relazione che io stessa coltivo da sempre con la musica non posso che essere d’accordo con quanto sia Schopenhauer che Sacks vogliono dire: per ogni epoca della mia vita c’è stata una canzone di sottofondo che ancora oggi ha il potere di rievocare stati d’animo così potenti da lasciarmi sbalordita. Mi ricordo ancora con molto affetto il mio piccolo mangiadischi di quando ero una mocciosa di 7-8 anni. Grazie a lui ho ascoltato tutto il repertorio “da grandi” dei miei genitori, in compagnia di Rita Pavone, Mina, Gigliola Cinquetti e Marcella Bella (quella di “Montagne Verdi” che era e rimane la mia canzone del cuore). Fin da allora la musica è stata per me un vero e proprio “salvavita” nei miei momenti peggiori – o una marcia trionfale che mi ha elevato al cielo nei momenti più memorabili.

In realtà, proprio come spiega il Dott. Sacks nel suo libro (ma come può anche spiegare qualsiasi musicoterapista), la familiarità con un certo tipo di musica o con una canzone non è un requisito fondamentale per stimolare in noi emozioni fortissime che ci trasportano lontano dal nostro qui e ora o, al contrario, che ci collegano con pezzi di noi che sembra non vedano l’ora di uscire allo scoperto. Se mai mi ammalassi di demenza, spero di poter confidare nella mia arma segreta contro le tristezze del caso: fatemi ascoltare una qualsiasi canzone degli anni ’80 o ’90 (l’epoca della mia gioventù) e io sarò felice.

Nel suo libro Musicofilia il Dott. Sacks descrive un altro fenomeno importante che ha come protagonista la musica: il ruolo terapeutico del ritmo musicale per chi è affetto da malattia di Parkinson e per chi ha subito danni ai lobi frontali. In particolare, per le persone con afasia, la musica può perfino diventare l’unico mezzo di comunicazione accessibile per esprimersi:

Missione possibile: comporre musica quando si ha l’Alzheimer

Oltre a coinvolgere e stimolare, la musica ha anche il potere di riunire le persone e dare vita a progetti comuni molto potenti, sia dal punto di vista umano che terapeutico. Ad esempio, chiunque sia membro di un coro può testimoniare quanto il cantare insieme non solo promuova benessere e soddisfazione ma crei anche un senso di appartenenza e comunione tra i partecipanti che poche attività riescono a trasmettere.

Uno dei progetti più interessanti al riguardo è stato sviluppato dalla Professoressa Felicity Baker, Co-direttrice del National Music Therapy Research Unit dell’Università di Melbourne. In particolare, la Professoressa Baker si occupa di scoprire i benefici che possono trarre le persone con demenza dall’utilizzo della musica per affrontare i cambiamenti dovuti alla malattia. A questo proposito, la Professoressa Baker spiega:

Oggi sappiamo che gestire una demenza con i farmaci può accentuare la confusione nelle persone malate. E’ necessario essere creativi nel trovare delle modalità che aiutino le persone con demenza a gestire meglio le loro difficoltà, e allo stesso tempo che abbiano un impatto positivo sui sintomi attraverso i quali esprimono angoscia, agitazione e depressione”.

Recentemente la Prof.ssa Baker ha sviluppato un programma di composizione musicale per le persone che convivono con una demenza e per i loro caregiver presso il Centro Residenziale Caladenia di Melbourne. Il programma prevede che i partecipanti lavorino in piccoli gruppi dedicati alla scrittura e alla composizione di musica in collaborazione con un musicoterapista. Durante la sessione pilota del programma, durata 10 settimane, i partecipanti hanno composto insieme ben 7 brani, dalle tematiche più disparate che parlavano della loro famiglia, delle loro vacanze, di quella volta che hanno fatto l’alba insieme ai loro amici… Ma la cosa ancora più bella è che per comporre le canzoni, si sono dimostrati felici (e sottolineo la parola “felici”) di discutere insieme quello che i testi delle canzoni dovevano dire o come le melodie dovevano essere distribuite.

Ma la cosa ancora più incredibile che ha colpito particolarmente la Prof.ssa Baker è stato che i partecipanti si ricordavano le musiche che avevano composto insieme:

“Spesso si dà per assunto che le persone con demenza non possano imparare, che siano solo in grado di perdere i loro ricordi. In realtà, quello che abbiamo scoperto è che le persone coinvolte si ricordavano i testi delle canzoni da una settimana all’altra”.

Per alcuni studiosi forse questa non è una novità assoluta: diversi studi hanno dimostrato che l’atto di creare musica – componendo brani musicali, cantando o suonando uno strumento – è più efficace nella stimolazione del nostro cervello di quanto lo sia l’ascolto passivo della musica.

Tuttavia, proprio come spiega il Dott. Sacks, anche il semplice atto di ascoltare musica è potentissimo per evocare ricordi lontani ed emozioni forti, storie d’amore, luoghi dove abbiamo vissuto o amato, persone del passato che ci sono rimaste nel cuore. Secondo la Professoressa Baker,

“A differenza di sostanze stimolanti, la musica coinvolge tutte le parti del cervello. Quando siamo coinvolti in qualche attività, vengono attivate specifiche reti neuronali. Quando invece ascoltiamo della musica, il livello di coinvolgimento è più distribuito a livello cerebrale”.

Grazie ai riscontri positivi ottenuti dal progetto pilota di Melboune, la Professoressa Baker è riuscita ad ottenere nuovi fondi per sperimentare ulteriormente questa modalità di stimolazione unita a un mix di pratiche di musicoterapia e dementia care, coinvolgendo 500 persone con demenza in Australia. Nel frattempo, un centro di ricerca in Norvegia ha dato vita a un progetto simile che darà la possibilità di confrontare dati e buone pratiche nel prossimo futuro. Alla faccia di chi pensa che la musica è fatta solo per intrattenere…

Fonti e approfondimenti:

2 Comments

  1. Eleonora said:

    Che bello, ora mi spiego perchè mio marito sembra non essere in grado di memorizzare informazioni nuove però impara a raffica i testi delle canzoni e mi spiego anche perchè la musica abbia un ruolo così importante nella sua vita.
    Proverò a fare di questa cosa una risorsa…finora l’avevo vista come un’ossessione!
    Grazie
    Eleonora

    30/08/2017
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    • Eloisa said:

      Sono contenta ti sia stato utile l’articolo. L’approccio musicale non è per tutti, ma per molti. E per i molti può fare una bella differenza!

      31/08/2017
      Reply

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