A metà luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha aggiornato le sue linee guida sulla riduzione del rischio di demenza, ricordandoci che fino al 45% dei casi è legato a fattori su cui possiamo intervenire: tra questi, l’inattività fisica. Mantenere il corpo in movimento, anche solo camminando un po’ ogni giorno, è infatti una delle poche leve concrete e scientificamente provate che abbiamo per contrastare il declino cognitivo, prima e dopo una diagnosi.
È con questo sguardo che oggi vi proponiamo la nuova testimonianza della nostra advocate Simona Ferrari. Questa volta Simona ci porta lungo il fiume Panaro, alla scoperta del Nordic Walking: la tecnica di cammino con le bacchette nata tra gli sciatori di fondo finlandesi, che coinvolge quasi tutti i muscoli del corpo e richiede attenzione e presenza. Nel suo articolo, Simona non si limita a raccontare la sua camminata, ma condivide anche le spiegazioni della chinesiologa Morena Borsari sul legame tra movimento consapevole e neuroplasticità.
Una precisazione, perché ci teniamo al rigore: le evidenze scientifiche, come quelle raccolte dall’OMS, parlano di attività fisica come strumento per ridurre il rischio e sostenere il benessere, non come cura delle malattie neurodegenerative. Il racconto di Simona va accolto per ciò che è — un’esperienza vissuta, preziosa e incoraggiante — e non sostituisce il parere di medici e terapisti.
Quello che ci arriva forte, ancora una volta, è lo sguardo di Simona sul mondo: la voglia di restare in movimento e in compagnia, di provare cose nuove, di guardare avanti con ottimismo. Perché, come scrive lei, non è mai troppo tardi.
Grazie Simona. Buona lettura!
Eloisa Stella
Alla scoperta del Nordic Walking
Qualche giorno fa ci siamo ritrovati con un gruppo di circa venti persone con Morena Borsari, la chinesiologa che affianca Gianni e me da qualche anno, per una passeggiata a San Cesario Sul Panaro vicino a Modena, lungo il fiume Panaro, con le bacchette da Nordic Walking. Il Nordic Walking è nato alla fine degli anni ’80 in Finlandia: gli sciatori di fondo lo usarono d’estate per allenarsi senza neve. È una tecnica di cammino che coinvolge fino al 90% dei muscoli del corpo: le bacchette si tengono con un’inclinazione di circa 45° e si procede, per esempio, portando avanti la gamba destra insieme al braccio sinistro e viceversa; le bacchette servono a dare una leggera spinta in avanti.
All’inizio bisogna concentrarsi sul movimento, perché non viene naturale — almeno per me — ma, una volta trovato il ritmo, la camminata risulta piacevole e si fanno passi più lunghi del solito. Ognuno procede al proprio ritmo e con il proprio respiro. È una pratica adatta a persone di tutte le età, in particolare a chi ha Parkinson, sclerosi multipla e altre malattie neurodegenerative, perché richiede concentrazione sull’andatura e fa bene sia al corpo sia alla mente.
Questa tecnica mi è piaciuta molto: migliora l’umore, sono riuscita a farla anche io, che non sono molto coordinata, e ci si immerge nella natura che amo tanto (nel frattempo si è alzata una leggera brezza che ha portato via l’afa: si stava proprio bene!).
Abbiamo camminato per circa un’ora, facendo anche un po’ di chiacchiere; il giorno dopo non ho avuto dolori alle gambe e mi sentivo un po’ meglio. È stata una bella scoperta stimolante e può far parte della riabilitazione dopo la diagnosi: non smettiamo mai di trovare nuove soluzioni per restare in movimento e in compagnia. Non è mai troppo tardi!!!
Di seguito riporto la trascrizione di ciò che Morena ha spiegato durante la lezione di Nordic Walking, integrata con alcune spiegazioni aggiuntive che ho trovato su internet per scrivere questo articolo. Il caso del signor Pepper mi ha particolarmente incuriosita e Morena ce ne ha parlato durante la camminata:
Morena si è ispirata al libro “Le guarigioni del cervello” di Norman Doidge, in cui è narrato il caso di John Pepper.
“A lui fu diagnosticato la malattia di Parkinson, ma grazie a una forte motivazione — che è la cosa più importante, una motivazione di soddisfazione e di “chimica”, cominciò a sforzarsi per un tempo adeguato a camminare con una grande conscia consapevolezza, cioè a pensare a gestire il piede, a piegare il ginocchio e a muovere le braccia con uno sforzo mentale maggiore rispetto a quello motorio, muscolare, fisico.
Morena Borsari
Questo portò a un notevole miglioramento dei sintomi tipici del Parkinson — rigidità, lentezza nei movimenti, blocchi — tanto che la comunità medica che lo seguiva arrivò a sospettare un inganno, sostenendo che non fosse realmente malato. Lui però continuò a praticare e a divulgare il cambiamento che aveva ottenuto.
La camminata consapevole descritta nel libro (“Walk for Health”, Camminare per la salute) è in realtà la tecnica che si usa per riprogrammare il passo nel Nordic Walking. Non significa che una persona cammini in modo sbagliato; significa invece che la dinamica del passo è figlia della postura statica: se guardo in basso, ho le spalle chiuse, faccio passi corti e non muovo le braccia, è perché sono rigido anche quando sto fermo.
Se viene corretta e coinvolta la parte della corteccia frontale, i gangli della base, nella sincinesia del movimento delle braccia e quindi muovo meglio il piede, il ginocchio, il bacino, la schiena, le spalle in questa elica torsionale spalle-braccia-bacino, correggo la mia dinamica e miglioro la mia postura anche statica: questo fa sì che il cervello lo sforzo di camminata consapevole necessario a mantenere una NEUROPLASTICITA’ FAVOREVOLE: LA NEUROPLASTICITA’ SIGNIFICA CREARE DELLE NUOVE “AUTOSTRADE” FRA I NEURONI. In questo modo la “conduzione elettrica” nei nervi cerebrali va più veloce, le cellule gliali, che sono quelle che producono delle nuove connessioni fra i neuroni, attivano delle nuove vie… è come chiedere a Google Maps di ricalcolare un percorso: non si usa sempre la stessa via, ma si trovano strategie alternative. Fare esperienze motorie faticose mantiene più attivo il cervello.
Proprio come è successo a te, Simona, martedì sera: la tua camminata vista da dietro era splendida — fluidità, velocità e postura della testa, delle spalle, del tronco e del bacino erano tutte aiutate dall’uso delle bacchette. Quando si riprogramma la camminata con i bastoncini, si passa da “bipede” a “4×4”: mantenendo le bacchette a 45° (come nello sci di fondo), si attiva un’elica torsionale che coinvolge testa, collo, spalle, braccia e bacino; le braccia, con questi piccoli prolungamenti che sono i bastoncini, permettono alla parte bassa del corpo e a tutta la postura di lavorare molto meglio.
Per chi ha artrosi o problemi a protesi d’anca o al ginocchio è possibile percorrere buone distanze senza affaticare eccessivamente le articolazioni. Questo significa che con minor dispendio di energie si ottiene un lavoro migliore: meno ma meglio — qualità al posto della quantità — si migliora, si corregge e ci si aggiusta.
Con persone affette da Parkinson, demenze o deficit cognitivi, sforzarsi anche per cinque minuti a concentrarsi e a gestire ogni singola parte del corpo (cosa che nel Nordic Walking si è costretti a fare per imparare a gestire i bastoncini) porta a un miglioramento della camminata e a una neuroplasticità favorevole che può rallentare il peggioramento di queste patologie, per le quali non esistono ancora cure definitive. Cosa succede? Questa attivazione cerebrale migliora la velocità di conduzione elettrica e facilita la dopamina: nel Parkinson questo favorisce la motivazione a muoversi, perché è gratificante scoprire che con l’attenzione si possono eliminare certi compensi e adattamenti. Il cervello non deve abituarsi a non fare: il cervello può abituarsi a fare.”
Ho voluto condividere questa esperienza perché spesso, nel nostro gruppo online, parliamo delle passeggiate fatte o programmate per il futuro.
Continuiamo a mantenere obiettivi per il futuro, guardiamo sempre avanti con ottimismo!
P.S. Allego un video: la prima tecnica mostrata è quella che abbiamo utilizzato durante la camminata in campagna.


